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Cambia il Codice Deontologico Forense: arriva la pubblicità online.

Anche l’avvocatura segue i mutamenti del tempo. I divieti che sono stati posti all’attività dell’avvocato sono diventati sempre più labili a causa di mutamenti, sia di pensiero sia di legislazione, in tema di informazione e pubblicità sull’attività professionale in generale (senza dimenticare le numerose pronunce dell’Autorità Antitrust nei confronti del Consiglio Nazionale Forense che ha per molto tempo continuato a conservare una concezione per così dire “tradizionale” dell’attività).

Dal 1990, anno in cui il “Ricciardi” scriveva che “il divieto di propaganda costituisce un principio deontologico importante, diretto a sottolineare la particolare dignità della professione forense, che non è equiparabile ad una qualunque attività di servizi”, le cose sono nettamente cambiate, specie in questi ultimi anni. Fino a qualche anno fa il Codice Deontologico Forense (CDF) vietava per gli avvocati “l’accaparramento di clientela” ma, con la “modernizzazione” dell’avvocatura, che tende sempre più ad avvicinarsi a una sorta di attività imprenditoriale, tutto questo è cambiato e dal 2016, grazie a nuove norme, gli avvocati possono pubblicizzare online la loro attività. Ci troviamo quindi ora con un Codice più “tollerante” che consente la pubblicità tramite web anche attraverso l'utilizzo di domini non propri ed apre così la possibilità di pubblicizzare l’attività anche tramite pagine di social network, cosa che in precedenza era espressamente preclusa.

L’iter di modifica del CDF non nasce a caso ma anche a seguito delle diverse censure ricevute dall’Antitrust e confermate dal Consiglio di Stato con la sentenza numero 1164/2016 che aveva portato il CNF a subire una maxi multa di quasi un milione di euro (poiché nel 2012 aveva predisposto che si escludessero i prezzi dalle informazioni che il legale poteva liberamente fornire al pubblico violando così i principi comunitari della concorrenza e del libero mercato). Dopo la sanzione, il Consiglio Nazionale Forense, quasi costretto ad adeguarsi ai tempi che corrono, ha adottato la normativa attualmente vigente. Alla luce di detta normativa, l’avvocato ad oggi ha piena facoltà di farsi pubblicità, non solo sul proprio sito web, ma anche “postando” i contenuti afferenti alla propria attività professionale su Facebook, Twitter o Linkedin. Con delibera CNF del 22/01/2016 è stato, infatti, abrogato il testo dell’articolo 35 del Codice il quale affermava che: “[9. L’avvocato può utilizzare, a fini informativi, esclusivamente i siti web con domini propri senza reindirizzamento, direttamente riconducibili a sé, allo studio legale associato o alla società di avvocati alla quale partecipi, previa comunicazione al Consiglio dell’Ordine di appartenenza della forma e del contenuto del sito stesso. 10. L’avvocato è responsabile del contenuto e della sicurezza del proprio sito, che non può contenere riferimenti commerciali o pubblicitari sia mediante l’indicazione diretta che mediante strumenti di collegamento interni o esterni al sito.]”

L’intervento normativo del CNF ha inoltre inserito nel comma 1 dell’art.35 l’inciso “quale che siano i mezzi utilizzati per rendere le stesse”, portando il nuovo comma 1 quindi a questo testo finale in cui: “l’avvocato che da’ informazioni sulla propria attività professionale, quali che siano i mezzi utilizzati per rendere le stesse, deve rispettare i doveri di verità, correttezza, trasparenza, segretezza e riservatezza, facendo in ogni caso riferimento alla natura e ai limiti dell’obbligazione professionale”. Modifiche che chiaramente aprono la professione Forense all’utilizzo di una maggiore libertà dei canali comunicativi eliminando allo stesso tempo il riferimento specifico alla disciplina dei siti web che la versione precedente del Codice vietava nel caso di re-indirizzamento e/o in caso di contenuti di natura commerciale e/o pubblicitaria. Ad oggi quindi qualsiasi mezzo è ammesso, anche siti web o social network con o senza re-indirizzamento, purché si rispettino i giusti doveri di verità, correttezza, trasparenza, segretezza e riservatezza (facendo in ogni caso riferimento alla natura e ai limiti dell’obbligazione professionale e rispettando i principi di dignità e decoro).

Con il mutare del tempo, il tradizionale atteggiamento di chiusura dimostrato dall’ordinamento professionale italiano si è andato via via attenuando e da una posizione restrittiva che vietava recisamente qualsiasi forma di pubblicità dell’attività professionale si è passati al concetto di pubblicità informativa. Da parte di tutta l’avvocatura, italiana ed europea, nei decenni passati era netta inoltre la necessità di distinguere la differenza tra informazione e pubblicità, considerando la prima un diritto dell’avvocato derivante dal mutato assetto sociale, e la seconda una indecorosa attività mercantile. Oggi anche in campo forense la distinzione da farsi non è tanto quella, più volte sottolineata, tra informazione e pubblicità, bensì quella tra pubblicità vera e corretta da una parte e pubblicità ingannevole e fuorviante dall’altra. Analizzando inoltre con attenzione il dettato della norma aggiornata, si nota come ci si muova ancora di più verso un superamento della differenza tra informazione e pubblicità e si ponga, invece, l’attenzione più che altro sulla veridicità delle informazioni che vengono poste all'attenzione del pubblico.

Il nuovo codice deontologico lascia così campo libero alle nuove forme di comunicazione, mantenendo i princìpi di dignità e decoro che però, se non riempiti di concreto contenuto, rischiano di rimanere lettera morta. La riformulazione dell’art.35 del Codice deontologico forense è un passaggio importante per confermare che la modernità offre rivoluzionari strumenti di comunicazione che ormai nessun professionista può fare a meno di utilizzare, tanto più se di comunicazione scritta o anche solo verbale quel professionista vive. 

Camillo Verde

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